lunedì 23 marzo 2015

Abolizione della carne: una risposta a Veganzetta

 
In merito all'articolo sull'abolizione della carne pubblicato sul blog di Veganzetta l'8 febbraio 2015, pubblichiamo qui una nostra risposta, dopo aver chiesto a Veganzetta di pubblicarla sul suo blog.

Ringraziamo Veganzetta per aver accettato di pubblicare il nostro testo, ma abbiamo ritenuto non accettabili alcune delle condizioni per la pubblicazione (in particolare, alcuni tagli e modifiche che avremmo dovuto apportare al testo): quello che segue è dunque il testo integrale in cui vengono chiariti e articolati alcuni aspetti relativi al Movimento mondiale per l'Abolizione della carne.

Per Meat Abolition (Italia):

Cristina Beretta
Alessandra Cusinato
Francesca De Matteis

Silvana Ferrara
Alessandra Galbiati

Daniela Galeota
Massimo Lo Scavo
Marco Reggio
Aldo Sottofattori

 

 

Abolizione della carne: una risposta a Veganzetta




Il post del blog di Veganzetta a proposito della manifestazione per l'Abolizione della Carne ha sollevato una serie di critiche a proposito di tale campagna. Riteniamo importante rispondere a tali osservazioni, sia perché in parte ci sembrano frutto di fraintendimenti, sia perché, per alcune di esse, si tratta di osservazioni la cui discussione è molto utile ad articolare meglio i temi relativi alla rivendicazione per la chiusura di ogni mattatoio e allevamento a scopo alimentare.

In sintesi, la rivendicazione viene etichettata come “welfarista”, “riformista” e legalista, per concludere che si tratta di una campagna non antispecista. I primi due termini  vengono usati in modo sostanzialmente intercambiabile, e crediamo che questo sia decisamente inesatto. Il welfarismo, come dice la parola stessa, è una tendenza a sostenere il miglioramento delle condizioni degli sfruttati e delle sfruttate, gli animali in questo caso, senza mettere in discussione lo sfruttamento stesso. Il welfarismo mira ad incrementare il benessere (welfare) animale. Si può pensare che sia sempre controproducente, o che talvolta sia un compromesso accettabile, o ancora che una politica dei “piccoli passi” sia inevitabile. Questo, però, è poco rilevante: non si vede come la rivendicazione di chiudere ogni mattatoio possa essere considerata welfarista, dato che mette in discussione un intero settore di sfruttamento, senza se e senza ma.

Per quanto riguarda il riformismo, la questione è certamente più complessa. Riprendendo un breve passaggio di uno dei tanti testi sul tema, Veganzetta accusa di riformismo la campagna in questione,  sottolineando una parola che evoca la contrapposizione a “rivoluzionario”. “Riformista”, nell'uso corrente, possiede infatti un'accezione dispregiativa, ed è spesso usato come sinonimo di “moderato”, “compromissorio”, “ambiguo”. In realtà, stiamo qui parlando di riforma nello stesso senso in cui si sarebbe potuto parlare di riforma a proposito dell'abolizione della schiavitù! Certamente, in senso tecnico abolire una pratica di sfruttamento così ampia e istituzionalizzata come la schiavitù umana (o non umana) è tecnicamente considerabile come una riforma, ma è certamente più “rivoluzionaria” di molte altre rivendicazioni solo apparentemente più “forti”. Crediamo quindi che una parola più adatta, al di là di quanto rinvenibile in un singolo passaggio dei tanti sul tema, sia – piuttosto – “abolizionismo”. “Abolizionismo” può rimandare all’impostazione che vede nell’abolizione di singole pratiche l’unico e decisivo strumento di liberazione, o, come in questo caso, all’impostazione di una singola campagna, insomma al semplice intento di abolire una pratica, senza escludere altri strumenti. Ad ogni modo, il punto è che abolire un ambito di sfruttamento non è necessariamente legalista, come invece sostiene Veganzetta. L’abolizionismo, insomma, può essere molto conflittuale nei confronti delle istituzioni speciste.

Va notato come questo valga allo stesso modo per altre rivendicazioni che vengono espresse acriticamente dalla quasi totalità dell'ambiente antispecista: l'abolizione della vivisezione, l'abolizione delle pellicce, l'abolizione della caccia, l'abolizione della corrida o dei circhi con animali. In sostanza, queste critiche vengono riservate soltanto all'abolizione degli allevamenti a scopo alimentare, come se ci fosse qualcosa di più scandaloso nel pretendere la fine di questa pratica rispetto alle altre. Per inciso, oltre il 99% degli animali uccisi dagli Umani vengono uccisi per farne o trarne cibo, tramite allevamento e pesca. Per questo e altri motivi, si potrebbe addirittura sostenere che la critica di Veganzetta, secondo cui chiedere l'abolizione non intaccherebbe l'assetto della società specista (limitandosi a modificarne un aspetto “periferico”), vale in modo molto più chiaro per tutti gli altri settori di sfruttamento. Infatti, tanto per fare un esempio, è probabile che il sistema possa vietare l'uso di animali nei circhi senza nessuna particolare ripercussione sul proprio funzionamento e sui rapporti di potere attuali; è invece piuttosto improbabile che la chiusura di un settore così importante dal punto di vista economico, culturale, simbolico, come quello dell'industria carnea (e dei derivati) non abbia effetti sconvolgenti sulla società specista.

Nonostante questo, crediamo che ci sia almeno un senso in cui Veganzetta non ha torto a ritenere “non antispecista” la rivendicazione di “Meat Abolition”: in senso stretto, abolire la carne non equivale ad abolire lo specismo. Anche chi pensasse che lo specismo non va abolito ma solo contenuto, o chi ritiene gli animali “inferiori” ma non fino al punto di poterli uccidere senza necessità, potrebbe, a rigor di logica, sostenere che gli allevamenti e i macelli devono essere chiusi. Questo è innegabile, ma non dovrebbe sorprendere: è esattamente quello che succede con tutte le istanze di opposizione allo sfruttamento animale, dalla caccia alla sperimentazione su cavie. In generale, poi, soltanto abolire lo specismo equivale ad abolire lo specismo. Riteniamo che la domanda se una campagna sia “antispecista” o meno sia piuttosto oziosa, insomma. Più interessante è chiedersi se una campagna è utile o meno (cioè se sia, eventualmente, utile nel breve termine - o superficialmente – o controproducente nel lungo termine - se osservata con attenzione).
In tal senso ci sembra vadano lette le critiche secondo cui rivendicare l'abolizione della carne (latte, uova) sarebbe quasi come “mendicare” agli apparati di stato la salvezza degli sfruttati, per di più legittimandone la funzione legislativa e di regolazione dei rapporti fra esseri senzienti, una funzione che tali apparati non possono che svolgere in chiave antropocentrica. Questa questione, di per sé, molto complessa è stata dibattuta in più occasioni. Ci limitiamo qui a segnalare la discussione su abolizionismo e liberazionismo svoltasi durante il IX Incontro di Liberazione animale (2013), la cui trascrizione è disponibile sul relativo sito web. Per brevità, desideriamo sottolineare un particolare aspetto. Oltre al fatto che le rivendicazioni possono essere formulate e sostenute in diversi modi (come richieste di concessioni del potere costituito o, al contrario, come rivendicazioni conflittuali), occorre notare che nessun* è così ingenu* da pensare che una piccolissima minoranza della già piccola minoranza di vegan possa imporre con la forza la fine della schiavitù animale. Si tratta, principalmente, di esprimere una rivendicazione chiara che vada oltre il semplice appello alla generosità individuale, una generosità che si esprime con l'adozione di uno stile o filosofia di vita vegan. E questo costituisce forse il punto principale che connota il Movimento per l'Abolizione della Carne (assieme al suo carattere internazionale – un aspetto che ne fa un'eccezione nel panorama animalista/antispecista).

Contrariamente a quanto siamo abituat* a fare, la rivendicazione di abolire allevamenti, pesca e mattatoi non fa appello ai singoli in quanto consumatori, cioè come persone che possono scegliere alimenti di origine animale oppure alimenti “cruelty-free”. Tale rivendicazione fa appello alla società nel suo complesso, proprio perché ciò che combatte non è un problema dei singoli, della loro crudeltà o di qualche altra loro “stranezza”, ma della società, appunto. Naturalmente, non può che rivolgersi anche alle singole persone, ma non in quanto consumatori. Non chiede loro di “diventare vegan” (se non secondariamente), ma di schierarsi in quanto membri di una collettività, una collettività in cui uccidere e torturare gli animali per ricavarne cibo è perfettamente legale (ed anche sovvenzionato dalle istituzioni). Questo significa che il veganismo è importante in quanto: a) assume un significato diverso da quello usuale, diventando uno strumento individuale per sostenere la richiesta di chiudere i mattatoi; b) non si pensa che convertire uno a uno gli individui al veganismo possa essere la strategia vincente per la liberazione animale (e neppure per un miglioramento radicale della condizione dei non Umani)[1]; c) non è interessante colpevolizzare i singoli che non sono (ancora?) vegan, ma è più giusto e proficuo contestare la produzione di carne come fenomeno sociale e sistemico. Certamente, questo ultimo punto costituisce un motivo di dissenso per Veganzetta, che vorrebbe che ogni iniziativa sul tema richiedesse “un'autocritica in senso vegan”. Infine, è importante anche solo che la volontà di arrivare ad un mondo senza mattatoi e senza allevamenti venga espressa apertamente: è assurdo che chi, a livello individuale, si fa carico di una scelta controcorrente come quella vegan, non sia dispost* poi ad esprimere questa semplice rivendicazione, talvolta per un malinteso senso di libertà di scelta [2] (“io sono vegan, ma ognun* deve essere libero di fare quello che vuole”... con il corpo degli altri?).


Per approfondire:

- Sito internazionale Meat Abolition: http://www.meat-abolition.org/
- Blog italiano sull’abolizione della carne: http://aboliamolacarne.blogspot.it/
- Intervista a M. Filippi e M. Reggio a cura di Animalisti Friuli Venezia Giulia: http://animalistifvg.blogspot.it/2015/01/giornata-mondiale-per-labolizione-della.html


NOTE

[1] Questo punto è espresso in modo suggestivo, per esempio, da Horkheimer, come indicato sullo stesso blog di Veganzetta (qui). Un ottimo articolo sul tema del “proselitismo” vegan è quello di Antonella Corabi, reperibile qui.
[2] Peraltro, Veganzetta non lascia alcun dubbio sulla sua posizione in merito, essendosi sempre espressa in modo critico rispetto all’idea di “libera scelta” in tema di uccisione di animali a scopo alimentare.

12 commenti:

umbre ha detto...

Si può comunque trovare un punto d’incontro tra le due posizioni: se la richiesta di abolire la carne è rivolta alle singole coscienze, allo scopo di innalzare il grado di consapevolezza individuale, non può che essere una richiesta antispecista.
Al contrario se la richiesta è rivolta alle istituzioni speciste ciò comporta avallarne, riconoscerne il sistema di dominio che le stesse detengono tramite leggi che sappiamo tutt* essere utili solo a chi detiene il potere politico. Il gran clamore che fanno i presidi in occasione delle settimane internazionali per l’abolizione della carne, penso siano una buona occasione per attirare l’attenzione di chi è culturalmente privo degli strumenti di critica antispecista, un appello alle coscienze dei singoli componenti della società, una richiesta a tutt* i viventi umani perchè si riapproprino della propria ragionevolezza e del pensare critico (appiattiti e omogeneizzati dal sistema). Rendiamoci conto del fatto che viviamo qui, non su un altro pianeta: è bene essere chiari nei messaggi. E’ bene che la rivoluzione sia sostenuta sempre più da un maggior numero di persone…pena la ghettizzazione, la settarizzazione e una visione, dal di fuori, asfittica e sterile della filosofia antispecista. Insomma, si devono fare i conti con la realtà in cui viviamo e trovare il modo di essere chiari e limpidi nei messaggi da indirizzare sia al potere costituito (ovviamente in contrasto con esso) sia ai singoli individui (di informazione pulita e diretta alle coscienze). Sta a noi trovare il modo migliore per arrivare al cuore delle persone. (lo stesso commento è stato fatto qui > http://www.veganzetta.org/chi-mangi-oggi-al-meat-abolition-day-e-considerazioni/#comment-40650)

dallapartedeglianimali ha detto...

Chiedere di vietare la produzione di carne è un'istanza radicale. Non vedo cosa si dovrebbe fare per esserlo ancora di più. Purtroppo il radicalismo è da sempre vittima della sindrome della ricerca della radicalità a prescindere dal fatto che la si sia già raggiunta.

Anonimo ha detto...

La cosa peggiore è che Veganzetta pretende di dare le patenti di antispecismo. E le usa per sminuire e boicottare il lavoro altrui, degli attivisti che si fanno il culo ogni giorno...

umbre ha detto...

Non è molto radicale chiederlo ad istituzioni speciste, ovvero la richiesta in se è radicale e antispecista se rivolta alle persone e non alle istituzioni.

umbre ha detto...

Non capisco il tuo astio "anonimo"...a me sembra che il ruolo di veganzetta ci debba essere ora più che mai, considerando che il sistema sta tentando di offuscare contenuti e idee rivoluzionarie quali il veganismo e l'antispecismo.

Anonimo ha detto...

Rispondo ai due anonimi, ma separatamente :)
A "umbre" vorrei dire che non sono tanto d'accordo. Il punto è proprio che il movimento per l'abolizione di allevamenti e mattatoi non si rivolge ai singoli chiedendo un cambiamento di stile di consumo, come fanno di solito i/le vegan. Naturalmente, fa anche questo, ma secondariamente. Pone invece l'accento sul fatto di fare una richiesta generale, sociale. Dire che "chiede" alle istituzioni sembra quasi far pensare che "mendichi". In realtà direi piuttosto che denuncia il fatto che l'uccisione degli animali a scopo alimentare non dipende dalla buona o cattiva volontà dei singoli (se non in minima parte), ma dalle norme della società specista. Con "norme" intendo una serie di cose piuttosto ampia: dalle leggi (che consentono di uccidere gli animali per mangiarli, mentre non consentono per es. la schiavitù umana), alla normatività antropocentrica per cui tutt* siamo continuamente sollecitati a considerarci superiori ai membri di altre specie (e ad altri membri della nostra), alle sovvenzioni agli allevamenti, alle norme che impediscono di schierarsi del tutto dalla parte degli animali, e altro ancora. Ora, se facciamo la gara a cosa è più o meno radicale, non ne usciamo. Qualsiasi persona di formazione marxista, tutto sommato, ti direbbe che è ben più radicale cambiare le strutture di potere che non gli stili di consumo dei singoli, ovviamente. Ma a me non interessa molto questo giochino in sè e per sè, anche se penso francamente che preferisco protestare contro le istituzioni (che sono davvero colpevoli) che non colpevolizzare i consumatori (che sono tali solo in parte: io poi sono libertario: l'idea della colpa la considero proprio bigotta). Ma tutto questo mi sembra ben spiegato nel testo sopra, che è stato scritto proprio perchè il testo di Veganzetta proponeva una visione a nostro parere fuorviante della campagna. La cosa che trovo sempre interessante è che nessuno dice, per es.: è più radicale chiedere alle persone di smettere di usare i farmaci che non chiedere alle istituzioni di abolire la vivisezione. Oppure, nessuno dice: è più radicale dire alla gente di non indossare più pezzi di visone che non chiedere alle istituzioni di abolire gli allevamenti di visoni (o di animali da pelliccia in genere). Potrei continuare: circhi, zoo, ecc. ecc.. Oppure potrei fare un parallelo con situazioni umane: se l'omicidio fosse legale, andremmo a convincere una a una le persone a non uccidere? o troveremmo scandaloso che, mentre è vietato - che so - far cagare i cani per strada, non è vietato uccidere una persona?
Marco Reggio

Anonimo ha detto...

Rispondo sulle "patenti", per quello che penso io.
Non credo Veganzetta abbia il potere di boicottare il lavoro altrui, anzi, in questo caso ha offerto l'occasione di un ottimo chiarimento e dell'apertura di un buon dibattito (anche se non ha pubblicato il testo sopra su Veganzetta). Vero è che ha espresso una visione io credo un po' identitaria dell'antispecismo, in cui ci sono dei criteri chiari per definire cosa è antispecismo e cosa non lo è. Questa però è sempre stata l'impostazione di Veganzetta, non è una novità e ognuno è libero di fare come vuole. Quello che io trovo sbagliato, seppur legittimo, è che ci sia questo interesse maniacale su cosa è antispecismo e cosa no (direi una vera e propria paranoia), perchè poi in effetti, se definiamo l'antispecismo in un determinato modo, certamente Meat Abolition non è una campagna antispecista (ma lo ha detto fin dai suoi albori, in Francia), anche se non so quante attività "per gli animali" possano essere definite tali, ad eccezione del "dire le cose senza nessun compromesso nè sbavatura", che equivale più o meno a stare con le mani in mano. Il punto è che io non trovo molto interessante giudicare cosa serve e non serve, cosa è controproducente in termini di "è antispecista". Non mi interessa proprio. Detto questo, vorrei precisare che la critica di Veganzetta contiene anche elementi di critica che prescindono da questo. Per es., sembra che fra le righe si dica: se anche solo protesti contro lo Stato specista, in qualche modo lo legittimi e questo, oltre che essere incoerente per la nostra identità di antispecisti (cosa che, ripeto, mi pare poco rilevante), è controproducente a lungo termine anche se sembra valido a breve termine. Io non sono d'accordo, ma è una critica che va approfondita! Anche se, certo, mi chiedo come si configuri l'opera di Veganzetta / Campagne per gli Animali quando si rivolge ai vari rappresentanti dello Stato invocando la (mooooolto liberale...) libertà di opinione contro la censura dei manifesti di CA. Lì si va per avvocati, se non è "legittimare" quello...

Anonimo ha detto...

* Marco Reggio *

umbre ha detto...

Mi è appena arrivata la mail da meatabolition.org...quello che mi è saltato subito all'occhio e la seguente frase: "Car* amic*
la condanna morale degli abusi sugli animali é ampiamente condivisa; riconosciamo che gli animali non devono soffrire ed essere uccisi senza necessità." ed io continuo così: "...perchè se ce ne fosse la necessità si potrebbero macellare!" per me questo è welfarismo alla CIWF. Riporrei una particolare attenzione alle parole che si scrivono, per evitare incomprensioni e defezioni da parte di chi vuole e lotta per la liberazione animale, perchè è con le parole che noi umani comunichiamo. Alla fine ci si lamenta se c'è veganzetta che dice la sua su questa questione del "benessere". La critica di veganzetta a questo punto è azzeccatissima visto che le parole sul sito ed anche su questo blog parlano chiaro. Per me ad esempio, stanno lavorando benissimo gli attivisti di NOMATTATOIO a Roma che ogni fine mese presidiano il macello di viale Togliatti: informazione ai passanti essenziale per metterli al corrente che "lì dentro" sta avvenendo l'olocausto animale...il far prendere coscenza alle persone che in quel luogo si compiono massacri ad ogni minuto che passa! La costanza e la determinazione de* amic* di NOMATTATOIO manca purtroppo a buona parte del movimento. Si è palesata con la lotta per la chiusura di Green Hill e ancora prima di Morini: ci manca la costanza nel perseguire i nostri obiettivi. L'abolizione della carne non la si otterrà mai se non si diventa come dei martelli pneumatici che rompono la spessa coltre di bugie e di crudeltà del sistema. Io do peso alle parole: sono veramente deluso.

umbre ha detto...

Naturalmente io sto scrivendo di significato di parole e non voglio essere offensivo verso nessuno...
Il fatto è che quelle due paroline mi hanno fatto pensare alla critica di Veganzetta. Non voglio tirare alcuna somma in questo momento perchè mi sembra alquanto prematuro.
Colgo l'occasione invece per invitarvi alle iniziative che stiamo organizzando in collaborazione con Earth Riot (Convivenza Pacifica) e Antispecisti Pratesi (io sono di AANIMO - Azione ANImalista MOdena) e cioè una campagna #OccupyMcDonaldsTOUR che potete trovare su fb già partita da Bologna il 29.3.15 e che proseguirà con date certe a Modena l'11.4, a Firenze il 19.4 e a Ferrara il 16.5, altre città e date si aggiungeranno. Altra grande iniziativa importante per opporsi a questo sistema è la manifestazione #noexpo che si terrà il primo maggio: ci sarà uno spezzone antispecista formato in conseguenza a questo appello: http://antispefa.noblogs.org/appello-spezzone-liberati-da-expo/ ed a cui daremo il nostro piccolo contributo. Sembrano off-topic ma è tutto correlato ad abbattere le strutture sistemiche che si basano su discriminazioni, sfruttamenti e ingiustizie. Un caro saluto a tutt*!
Questo è l'evento della manifestazione su fb > https://www.facebook.com/events/1574100759543686/
Questo è l'evento del TOUR contro McDonald's > https://www.facebook.com/events/784732941617656/

Ciao e grazie per lo spazio!

Marco Reggio ha detto...

Ciao, immagino ti riferisca al riferimento a CIWF. Capisco l'intenzione, ma ti ricordo che fra i/le firmatar* del testo qui sopra ci sono vari* attivist* del Progetto Bioviolenza (www.bioviolenza.blogspot.it), cioè il gruppo che per primo in Italia ha denunciato le strane mosse di CIWF (per es.: http://bioviolenza.blogspot.it/2012/11/amadori-barilla-coop-un-impegno.html). Detto questo, nessun problema :) Resta il fatto che mi sembra tu utilizzi il termine "welfarismo" in modo distorto quanto Veganzetta, e non capisco il perchè. Non è difficile: welfarismo è un approccio legato al benessere animale (animal welfare), cioè all'idea di migliorare la condizione degli animali sfruttati, senza mettere in discussione che vengano sfruttati, o rimandando ad un indefinito futuro il momento in cui mettere in discussione il loro sfruttamento. Ora, meat abolition dice che bisogna abolire i macelli: più chiaro di così... Anche il riferimento al fatto che mangiare carne o derivati non sia necessario per vivere, che può piacere o meno, non è certo welfarista: basta che sia chiaro cosa significa welfarista. A parte questo, la cosa più interessante è la tua delusione e il motivo. La delusione: in realtà, il riferimento al fatto che la carne non sia indispensabile per vivere è contenuto nella rivendicazione per l'abolizione della carne da sempre, quindi da parecchi anni. Quanto a costanza e determinazione, stai parlando di un movimento mondiale che esiste dal 2008 circa" (nomattatoio esiste da alcuni mesi e prima o poi dovrà chiarire quali sono i suoi intenti, a parte la "testimonianza", altrimenti è ovvio che la costanza andrà a farsi benedire, come accade regolarmente con i progetti animalisti). Detto questo, forse c'è qualche ambiguità nella formulazione, mi viene il dubbio. Il senso è: mangiare carne non è necessario per vivere (a differenza degli animali come le tigri, che se non mangiano altri animali, semplicemente muoiono); per produrla si causa sofferenza a degli esseri senzienti; non va prodotta. Siccome le due premesse le possono comprendere tutt*, carnivori compresi, bisogna battersi per la conclusione, diciamo così. Del resto, se la carne fosse necessaria per vivere, staremmo chiedendo alla gente di suicidarsi per amore degli animali: se vuoi farlo, accomodati... Non so se mi spiego... Ma, ancora più semplicemente: le attivist* di Nomattatoio, quando veganizzano la gente per strada, che cosa gli dicono? che non importa se la carne è necessaria o meno? So bene che invece dicono che non è necessaria, e che anzi distribuiscono volantini su cui c'è scritto proprio questo. Quando la gente chiede "ma non posso smettere di mangiare carne, se no non vivo", rispondono "non è vero, puoi vivere senza". Non vorrei averti fatto crollare anche questo mito, ma su questo meat abolition e nomattatoio sono perfettamente d'accordo. Grazie per le segnalazioni. Su Expo, doppio grazie (sempre fra i/le firmatar* c'è gente che si occupa di questo tema da vari mesi, saremo infatti in piazza il 1 maggio).

Alex Galbiati ha detto...

Rispetto agli altri tipi di sfruttamento animale, la carne subisce un ragionamento diverso. E non capisco il perché. Andiamo forse dai cacciatori a cercare di convincerli a desistere? Andiamo forse fuori dalle farmacie a chiedere agli avventori di non comperare le medicine? NO. Chiediamo l'abolizione della caccia e l'abolizione della vivisezione.
Pensiamo alle lotte intraumane. Negli ultimi 30 anni non ho mai ricevuto per strada un volantino che mi dicesse "l'omofobia è una brutta cosa. Cerca di rispettare i gay e le lesbiche". Eppure il movimento LGBTQI ne ha fatta di strada! E non ho mai visto appelli antirazzisti che chiedessero ai passanti di essere buoni e rispettosi coi loro vicini di casa extracomunitari. Solo le associazioni assistenziali e caritatevoli fanno appello alla "buona coscienza personale" per convertire i singoli cittadini alla loro causa.
Il movimento animalista dovrebbe iniziare a porsi davvero su un piano politico. Che significa andare per le strade a rivendicare ed esigere attenzione e non a cercare di "convertire" le persone con toni moralistici.
Quindi abbasso "diventa vegan/ go veg" e viva "aboliamo la carne".
Le richieste politiche sono richieste collettive, non appelli al buon cuore o alla coerenza personale (che poi, ovviamente, verrà da sè - e se non verrà da sè ci si adatterà:-)).
Non se ne può più dei vegani che fanno a gara di perfezione, che concentrano l'attenzione sul progresso morale di sè e dei singoli.
Perché per alcun* è così urtante parlare di abolizione? Forse che il giorno che potremo chiudere i mattatoi, li lasceremo aperti perché qualcuno non si è ancora "illuminato"?
O forse si pensa che tutti gli appartenenti al movimento debbano essere anarchici e quindi rivolgersi alle (contro) istituzioni è tabù? Abolire una pratica di violenza e sfruttamento (non addolcirla o limitarla - qui siamo agli antipodi di CIWF) è chiedere troppo poco?
Un movimento che lotta sul serio va nelle piazze per esigere dei cambiamenti, trovare nuovi attivisti e non per convincere i passanti.
Dire "no mattatoio" o "contro i mattatoi" cosa significa? Può significare solo due cose: volerli abolire o chiedere alle persone di non averci più a che fare. Certamente la prima richiesta è infinitamente più politica, chiara e netta.